Bryant Park — l’oasi verde di Manhattan
Nasce nel 1823 come cimitero per i poveri della città. Quando le salme vengono spostate a Wards Island, l’area viene bonificata e nel 1847 diventa parco pubblico. Il nome arriva nel 1884, in omaggio a William Cullen Bryant — giornalista del New York Post, noto per la sua battaglia contro la schiavitù. Negli anni Settanta il parco diventa un covo di spaccio e criminalità. Chiude nel 1989, riapre nel 1992 dopo quattro anni di ricostruzione totale: nuovi ingressi, illuminazione, sentieri. I bagni erano rimasti chiusi per trentacinque anni.
Oggi è un’altra storia.
Arrivo senza aspettative — non ne conoscevo l’esistenza, e forse è stato un bene. Nessuna fantasia da smontare. Solo quella sensazione che arriva quando un posto ti sorprende senza preavviso.
L’erba è di un verde acceso, perfettamente ordinata. Ci si può entrare solo in certi giorni e per qualche minuto — il prato si preserva così. Intorno, tavolini e sedie libere: nessun obbligo di consumare, nessuno che ti dice dove sederti o come comportarti. Il giorno dopo è tutto al suo posto, come se nessuno ci fosse mai passato.
Se lo fai in Italia il giorno dopo non trovi più neanche l’erba. E la colpa è di nessuno, perché anche se prendi il responsabile, dopo una visita in questura è libero di portare via l’erba da un’altra parte. Diventa un eroe.
Qui gli eroi sono i ragazzi che ridono, si bevono una bibita, consumano un panino senza che qualcuno spieghi loro come addentarlo per non urtare la sensibilità di chi sta vicino. Si respira aria di libertà — quella che dovrebbe esistere anche in Europa, ma l’Europa è sommersa dalle regole. Ogni anno si dice “bisogna semplificare”, i divieti si moltiplicano.
Qui l’aria è leggera. Anche in aprile, con il sole basso che rimbalza sui grattacieli e la New York Public Library alle spalle.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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