L’aglio non si racconta in una giornata
C’è un modo sicuro per far restare l’aglio dov’è sempre stato: nel sottosuolo della gastronomia italiana. Organizzare un evento, chiamare uno chef, allestire un cooking show davanti a una platea di addetti ai lavori, fare le foto e tornare a casa.
Sembra promozione. È una giornata di attenzione, pagata a caro prezzo, che finisce la sera stessa. Chi sta in sala conosce già l’aglio. Chi non lo conosce non c’è.
Lo chef fa il suo mestiere, e va pagato. Ma non è lo chef che fa vendere l’aglio. L’aglio si vende quando una persona lo trova nel piatto, un martedì qualunque, e lo ricorda.
C’è chi parla di sé: “noi siamo, noi facciamo”. Il messaggio resta chiuso nel cerchio di chi lo produce, e dall’esterno si vede solo un prodotto che parla da solo. Non passa perché non è fatto per passare.
Un gesto ripetuto vale più di un evento. Una marinara con l’aglio dichiarato in menù, in una pizzeria vera, ogni giorno di servizio, raggiunge chi paga per mangiare, non chi viene a guardare. A Napoli, a ottobre, abbiamo scelto una varietà e una tecnica di posa insieme a un pizzaiolo, con schede, scala e due assaggiatori. Il risultato è un piatto, non uno spettacolo.
Il secondo errore è fare da soli. Ogni consorzio, ogni produttore, ogni valle racconta la propria testa d’aglio. Il consumatore non distingue, e non deve: ha bisogno di un linguaggio comune, di un metodo che dica che cosa si assaggia e perché. Una sola voce più forte vale più di venti voci che si coprono a vicenda.

Per questo esiste Vampiri Italiani: non per sostituire i produttori, ma per metterli nella stessa conversazione. Chi capisce subito che la rete rende più grandi, e lo fa, ha già fatto metà del lavoro.
L’aglio ha qualcosa da dire a tutti, ma solo se qualcuno lo dice tutti i giorni, nello stesso modo, a chi non lo conosce ancora.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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