Andrews, il diner che ti tocca volere
A Manhattan ci sono posti che ti vengono incontro e posti che stanno fermi ad aspettare che sia tu a volerli. Andrews è del secondo tipo, il che è già di per sé notevole se pensi a dove sta: a due passi dal Madison Square Garden, cioè nel punto in cui la città rovescia in strada ventimila persone alla volta senza chiedere permesso. Eppure quella marea gli passa accanto e non lo vede. Per arrivare da Andrews non basta trovartici davanti: lo devi cercare, lo devi decidere.
Comincia dall’insegna, che insegna non è. Si nota poco, non urla, non ammicca. In una città dove ogni vetrina ti prende per la giacca e ti spiega perché dovresti entrare proprio lì, Andrews se ne sta zitto. Passi e non lo registri. È spartano prima ancora di aprire la porta, e continua a esserlo dentro: niente che tenti di sedurti, niente messa in scena, nessuna concessione all’occhio. Tavoli, piatti, gente che mangia. Fine.
Ed è precisamente qui che non è un posto per italiani. Non perché si mangi male — anzi, i piatti sono sostanziosi, di quella sostanza che ti riempie e ti azzittisce — ma perché a noi il locale deve recitare qualcosa. Deve avere l’atmosfera, il dettaglio, la storia da raccontare al tavolo. Andrews di storie non ne offre: è troppo convenzionale nell’aspetto per farci innamorare, troppo diretto per interessarci. Noi cerchiamo il posto che ci faccia sentire in viaggio. Questo, di far sentire nessuno in viaggio, non si preoccupa affatto.
Perché ha un’altra funzione, molto più onesta. È il posto dell’americano che la giornata la deve iniziare, o spezzare a metà. Ci entri alle sette per mettere in moto il motore con una colazione che pesa, oppure ci entri all’una per tamponare il buco del pranzo prima di rituffarti fuori. È un luogo di servizio, non di destinazione. Non ti aspetta come un ristorante aspetta i clienti: ti sta lì come sta lì una tappa, un ingranaggio del giorno lavorativo di qualcuno.
E allora capisci l’ironia di quella posizione. Andrews potrebbe vivere di rendita sulla folla del Madison, potrebbe mettersi un’insegna al neon e riempirsi di gente che esce dal concerto. Invece resta appartato, defilato, fedele a chi già lo conosce. In una città che fa di tutto per farsi trovare, lui fa il contrario: si fa cercare. Che a pensarci bene è la cosa più americana e insieme più poco americana che gli potesse capitare.
Io, italiano, lì dentro c’entravo poco. Ma ci sono voluto arrivare. E forse è l’unico modo giusto per finirci: apposta.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
Newsletter
Ricevi la Newsletter di Errante del Gusto
Editoriali esclusivi, assaggi e curiosità solo per iscritti. Due volte al mese.