Il sistema che non vuole essere visto
È successa una cosa interessante. Ho pubblicato una recensione (non un’opinione). Recensione negativa, voto basso, motivazioni chiare. Niente di nuovo per chi mi legge.
Quello che è successo dopo, invece, merita di essere raccontato — non per difendermi, non ne ho bisogno, ma perché racconta qualcosa di utile sul territorio in cui viviamo e sul modo in cui certa informazione gastronomica funziona davvero.
L’articolo era uscito il 4 marzo. A distanza di settimane, una sera arriva un messaggio. Venti minuti dopo, il telefono. Poi una visita, durante la quale mi viene chiesto, con un certo candore, se avrei preferito un assaggio preventivo prima di scrivere. Come se il metodo fosse quello: prima chiedi, poi scrivi — e nel mezzo ci sta il compenso. Non è il mio metodo. Mai.
Ho chiesto di vedere i prodotti. Sacchi, etichette, forniture. Risposta: i prodotti si spiegano al tavolo, ai clienti. Il che tradotto significa: non te li faccio vedere. Chi lavora bene sulle materie prime non da questa risposta. Le materie prime le mostra, ci tiene, le racconta senza che tu le chieda. Il silenzio sui prodotti è già una risposta.
Il giorno dopo appare un articolo su un sito che non conoscevo. L’articolo mi nomina, costruisce una narrativa — il critico gratuito contro i professionisti premiati dal pubblico — e mostra un numero di visualizzazioni che definire generoso è un eufemismo. Quattordicimila views in un giorno su un sito sconosciuto, nella sezione spettacolo, firmato da una showgirl. Chiunque abbia una minima familiarità con il funzionamento del traffico online sa già di cosa si tratta: bot, click farm, numeri comprati. Costa poco, crea percezione, nessuno controlla.
È questo il sistema che funziona sul territorio — e non solo qui. Recensioni false nella ristorazione, numeri gonfiati per vendere spazi pubblicitari. Recensioni positive in cambio di accordi commerciali. Siti che esistono non per informare ma per monetizzare la visibilità di chi paga. E quando arriva qualcuno che lavora in modo diverso — che paga il conto, non chiede nulla in anticipo e scrive quello che ha trovato nel piatto — quel qualcuno diventa automaticamente il problema.
Non è una questione personale. È una questione strutturale. Chi vive di questo sistema non può permettersi che esista un modello alternativo credibile, perché l’alternativa credibile mette in evidenza, per contrasto, quanto sia fragile il castello di numeri e accordi su cui si reggono.
Il libero arbitrio del lettore, fortunatamente, non si compra. E i bot non mangiano pizza.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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