Arrivederci Manhattan
Si torna a casa con la valigia piena di cose che in Italia non si trovano — biscotti bio, burro di arachidi, okra croccante, trail mix con gli M&M’s. E con la testa piena di cose che non si portano via.
Bryant Park con l’erba verde e gli scoiattoli di tutti i colori che arrivano, ti guardano, se ne vanno. Il Red Cube di Noguchi in equilibrio su un vertice. Gli animali in bronzo a tavola su Wall Street. Winnie’s Jazz Bar con il sassofono che riempie la stanza. Lo Yankee Stadium con le birre ghiacciate e tre gradi. Times Square di notte, i watt che diventano calore.
Il cappuccino più buono della mia vita — a Manhattan, senza latte fresco, da Romeo and Juliet. Il panino più buono della mia vita — a Bryant Park, da Casa Toscana, focaccia fritta nel burro. Due vette che non mi aspettavo.
E poi l’altra faccia — Little Italy che spaccia cartoline per cucina, la pasta idrorepellente, il hot dog del falso Nathan’s vicino all’Empire State. Manhattan non è tutta magia. Ma sa essere generosa con chi la guarda con gli occhi giusti.
Quindici giorni ad aprile. Una città magnetica, imperfetta, sovrumana. Forse ci manteniamo vivi proprio grazie allo stupore, alla bellezza, al desiderio. Senza questi ingredienti la vita è solo un soffio nel vuoto.
Arrivederci, Manhattan. Ci si rivede.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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