Vinitaly, Manhattan e sei euro a bottiglia
C’è chi snobba il Vinitaly con aria di superiorità — e poi lo ritrovi lì, tra cuochi e produttori, a fare fotografie. Il copione è sempre lo stesso: prima “non ci vado, è inutile”, poi eccoli in fiera a farsi vedere. Non è una critica, è solo un’osservazione.
Io ci vado con un obiettivo preciso: cercare il buon gusto, senza pregiudizi e senza pose. Consapevole che molti piccoli produttori non possono permettersi di esserci — i costi di uno stand al Vinitaly sono fuori dalla portata di chi lavora davvero in vigna. Quindi parto da chi ha deciso stoicamente di buttarsi nella mischia.
Cerco vini che mi convincano. Anzi, bottiglie — perché ogni bottiglia dello stesso vino, della stessa annata, della stessa parcella può essere diversa. Uno slalom tra spumanti, dolci, rosati, bianchi e rossi: non per arrivare primo, ma per estrarre qualcosa che valga il bicchiere.
Nei prossimi giorni pubblicherò gli assaggi che mi hanno convinto.
Nel frattempo sto lavorando al materiale raccolto a Manhattan, per darvi un resoconto preciso su come vanno le cose lì in fatto di cibo. Anticipo solo questo: il vino si vede poco. Nei ristoranti lo si trova a prezzi esorbitanti; nel resto della ristorazione non c’è traccia. Birra, acqua, bibite, cocktail venduti mediamente a venti dollari l’uno, tanto caffè. Il vino è quasi un accessorio.
Ma torniamo al Vinitaly. L’impressione è di meno affluenza rispetto agli anni scorsi — anche se la fiera punta soprattutto agli stranieri, agli importatori, a chi cerca prodotti italiani per i mercati esteri. E qui arriva il dato che fa riflettere: il prezzo medio del vino italiano esportato si aggira intorno ai sei-sette euro a bottiglia. Allora mi chiedo: la qualità dove va a finire? Si parla tanto di export, di grandi vini italiani nel mondo — ma sono una nicchia dentro la nicchia. Il grosso di quello che esportiamo è altro.
Esempio concreto: a Brooklyn ho assaggiato uno di quei vini che si definiscono naturali, importato dall’Italia. Lasciamo perdere il merito. Posso solo confermare che puoi chiamarlo naturale quanto vuoi — partendo dal presupposto che il vino veramente naturale si chiama aceto — ma la sostanza non cambia. Forse basterà a incantare qualche newyorkese. Per il resto, stiamo esportando perlopiù ciofeca con una bella storia attorno.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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