Giorgio è un cane
Ho chiesto un ombrellone lontano dagli animali. Me l’hanno dato accanto a un marsupiale.
Non è l’attacco di un pezzo di costume, è il verbale di quello che è successo a Rimini la settimana scorsa. E vale la pena partire da un numero, perché i numeri qui sono più eloquenti dell’aneddoto: il mercato italiano del pet food e del pet care vale 5,3 miliardi di euro, di cui 4,2 miliardi solo di alimenti per cani e gatti. Non è una nicchia. È più o meno il fatturato di un comparto agroalimentare di medie dimensioni, dedicato interamente a nutrire esseri che non pagano l’IVA e non votano.
1. La richiesta sospetta
Chiedere un ombrellone lontano dagli animali oggi produce la stessa reazione che vent’anni fa produceva chiedere il tavolo fumatori: nessuno ti dice di no, ma tutti registrano l’informazione. Sei quello che ce l’ha con gli animali.
Il fatto curioso è che la norma sta dalla mia parte. L’ordinanza balneare della Regione Emilia-Romagna vieta l’accesso dei cani in spiaggia, con l’esclusione dei cani di salvataggio e dei cani guida: gli stabilimenti che li accolgono lo fanno perché hanno comunicato alle autorità comunali e sanitarie la propria disponibilità. È il meccanismo classico dell’eccezione che si mangia la regola. La balneazione è ammessa solo negli specchi d’acqua delimitati da boe davanti ai bagni autorizzati, dalle 6 alle 8 e dalle 19 alle 21: orari da coprifuoco, scritti da qualcuno che sapeva benissimo che nessuno li avrebbe fatti rispettare.
Chi chiede di stare lontano dagli animali, insomma, non sta chiedendo un privilegio. Sta chiedendo l’applicazione della norma generale. Ma dovendo scegliere fra far sentire fuori posto un signore di mezza età e far sentire fuori posto un labrador, la riviera ha scelto da un pezzo.
2. Che cos’era, esattamente
Sotto l’ombrellone accanto al mio c’era un animale grande come un topo, con la coda da scoiattolo, che passava il pomeriggio a tentare di liberarsi da un guinzaglio in miniatura. Aveva la gabbia. Aveva il biberon. Aveva la borsa da trasporto. Non aveva, evidentemente, nessuna intenzione di essere lì.
Non so dire con certezza che specie fosse, e questo è precisamente il punto. Se fosse stato un lemure, saremmo davanti a un illecito: i lemuri compaiono nel Decreto del Ministero dell’Ambiente del 19 aprile 1996, che elenca le specie di cui è vietata la detenzione perché pericolose per la salute e l’incolumità pubblica, e la specie è inclusa nell’Appendice I della CITES. Molto più probabilmente era un petauro dello zucchero, un marsupiale australiano. E qui la faccenda diventa istruttiva, perché sul petauro l’informazione disponibile a un cittadino italiano è semplicemente contraddittoria: c’è chi verifica gli elenchi CITES e il decreto del 1996 e conclude che il petauro non compare fra le specie vietate, e chi sostiene che vendita e detenzione siano da considerarsi illegali perché la specie non è inclusa fra gli animali da compagnia ammessi. Due tesi opposte, entrambe pubblicate, entrambe con l’aria di sapere quello che dicono.
Abbiamo un ordinamento che elenca le specie proibite, e un mercato in cui il compratore medio non ha modo di sapere se sta commettendo un reato. Nel dubbio, la filiera degli accessori ha già deciso: il biberon esiste, la gabbietta esiste, la borsa da trasporto esiste. L’industria arriva sempre prima del legislatore, e quando il legislatore arriva trova il prodotto già sullo scaffale.
3. Giorgio
“Giorgio, vieni qui.” Giorgio era un cane.
Sarebbe facile costruirci sopra il pezzo che vi aspettate: il cane come figlio sostitutivo, la civiltà che declina, eccetera. Non lo farò, perché i dati dicono un’altra cosa, più scomoda. Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, minimo storico dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna. Ma il 62,2% di chi non avrà altri figli dichiara di avervi rinunciato per ostacoli economici, lavorativi o sociali. Nessuno ha scelto il cane al posto del bambino. Molti hanno scelto l’unica forma di affetto quotidiano che il proprio reddito consentiva di mantenere.
Il paragone che va fatto non è fra Giorgio e un neonato. È fra due politiche pubbliche. Da una parte un mercato da 5,3 miliardi che cresce da solo, senza incentivi, dentro un’inflazione che ha compresso tutto il resto. Dall’altra il “bonus animali domestici”, previsto dalla Legge di Bilancio 2024, finanziato con 750mila euro complessivi distribuiti su tre anni e rimasto a lungo inapplicato per mancanza di accordo fra Governo e Regioni. Settecentocinquantamila euro in tre anni. Su un mercato da cinque miliardi e trecento milioni l’anno. Nel frattempo su pet food e prestazioni veterinarie si applica l’aliquota IVA del 22%, la stessa dei beni non essenziali.
Lo Stato, quando si tratta di animali, fa esattamente quello che fa con le famiglie: annuncia, stanzia una cifra simbolica, rinvia alle Regioni, e lascia che sia il mercato a occuparsi della domanda. Poi si stupisce che la domanda venga soddisfatta da chi vende croccantini.
4. Il codice penale sa, il ristoratore no
Su una cosa il legislatore è stato invece rapidissimo. Con la Legge 6 giugno 2025 n. 82, in vigore dal 1° luglio 2025, il titolo IX-bis del codice penale è stato ridenominato “Dei delitti contro gli animali”, e il bene giuridico tutelato non è più il sentimento umano verso l’animale ma l’animale stesso come essere senziente e vittima diretta del reato. Sono aumentate le pene per uccisione e maltrattamento, con reclusione da uno a quattro anni e multa da 10.000 a 60.000 euro se il fatto è commesso con sevizie. È una riforma seria, e non ho nessuna intenzione di irriderla.
Il problema è il contrasto. Perché mentre il diritto penale si aggiornava al 2025, il ristoratore che deve decidere se far entrare Giorgio continua a navigare a vista fra l’articolo 83 del Regolamento di Polizia Veterinaria del 1954, il manuale della FIPE validato dal Ministero della Salute nel 2013, e il Regolamento CE 852/2004 che vieta in modo assoluto l’accesso degli animali alle zone di stoccaggio e lavorazione degli alimenti, il tutto corretto da una stratificazione di regolamenti comunali disomogenei sulla tutela e il benessere degli animali.
Tradotto: per punire chi maltratta un cane abbiamo una legge di un anno fa. Per sapere se quel cane può stare in sala mentre esce un piatto dalla cucina, abbiamo un decreto del 1954, un manuale di categoria e la delibera del sindaco. Il rischio igienico-sanitario, in caso di contestazione, resta interamente sul titolare del locale. Che nel frattempo ha comprato le ciotole.
5. Il vicino che non digerisce
Ultimo quadro. Il vicino di lettino, fisico da abbonamento annuale, mi racconta di essere stato da uno psicologo dello sport e di essere arrivato a una conclusione: il suo stomaco è convinto di non digerire. Quindi non mangia.
Lascio da parte l’ipotesi che dietro ci sia qualcosa di più serio di una chiacchiera da ombrellone — se c’è, non è materiale da rubrica, ed è una faccenda per un medico. Prendo la frase per quello che era: un racconto fatto ad alta voce, in spiaggia, con l’orgoglio di chi comunica un traguardo.
A un metro da lui, il cane dell’ombrellone accanto mangiava un alimento formulato per taglia ed età, con profilo proteico dichiarato in etichetta e razione calcolata sul peso. Quel cane ha alle spalle un comparto in cui l’umido cresce del 4,7% e gli snack del 7,2%, laboratori, veterinari nutrizionisti, ricerca applicata. L’uomo aveva alle spalle un’intuizione.
Verdetto
Non è vero che gli animali contano più degli umani. È vero qualcosa di peggio: agli animali applichiamo la scienza dell’alimentazione, a noi stessi la fede. Abbiamo costruito per loro un sistema di regole, controlli, etichette, aliquote e tutele penali di rango costituzionale, e per noi abbiamo tenuto lo psicologo dello sport e uno stomaco che ha delle opinioni.
Il fuori posto in spiaggia non ero io. Era la specie.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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