Bottiglia di Pelinkovac Ciemme e bicchiere con amaro su tovaglia a quadri rossi in giardino
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Pelinkovac Ciemme: l’etichetta promette, il bicchiere no

Sei anni fa scrivevo che il Pelinkovac era l’amaro da tenere in casa per stupire gli amici. Quello era Badel, comprato a Trieste dopo una cena alla Voliga. Questo e un’altra cosa. Ciemme Liquori, Gorizia, 8,25 euro da Tosano a San Pietro di Legnago.

Il nome e lo stesso. Il prodotto no.

Verso. Colore bruno scuro, quasi nero nella bottiglia, mogano carico nel bicchiere. Avvicino il naso e arriva alcol, prevalentemente alcol. Non c’e un’erba che si stacchi, non c’e la liquirizia che ricordavo, non c’e niente da riconoscere. Un amaro anonimo.

Assaggio. Quello che promette non lo mantiene. Assenzio non ne sento. Resta una dolcezza piatta che copre tutto e non lascia niente dietro.

Giro la bottiglia e leggo. Acqua, alcool, zucchero, infuso d’erbe e assenzio, caramello E150b. Lo zucchero sta in terza posizione, prima dell’infuso. In una lista ingredienti l’ordine e per peso decrescente: c’e piu zucchero che erbe. L’amaro non manca per caso, manca per formula. E se l’infuso e cosi poco, si spiega anche il naso: senza erbe che parlino, a parlare resta l’alcol. Il caramello lavora sul colore, non sul gusto: serve a dare l’aspetto scuro che l’occhio associa all’amaro, e quando arriva in bocca la promessa e gia smentita.

L’etichetta parla di Pelin, di Artemisia Absinthium, di virtu amaricanti. Sono parole vere sulla pianta e false su questa bottiglia. Ventotto gradi che si sentono al naso e non si sentono in bocca, perche lo zucchero li imbottisce.

Sono un estimatore di questo amaro. Nelle versioni originali e davvero amaro, e chi lo ordina sa cosa ordina. Qui e solo l’etichetta che promette quello che poi non e.

di Luca Scainelli – Errante del Gusto

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