Retrogusto: Il Triscotto Camporelli di Novara
Uova, farina, zucchero. Tre ingredienti, una parola che quasi nessuno si ferma a scomporre: biscotto. Cotto due volte. È nella radice stessa del termine, in quella doppia cottura che trasforma una pasta morbida in qualcosa di asciutto, friabile, capace di durare. Ma a Novara, da Camporelli, avevano deciso che due non bastavano.
Era il 23 aprile 2023, pomeriggio, camminavo nel centro di Novara senza fretta. A un certo punto il naso va per conto suo: profumo di forno dolce, quello vero, quello che non si contraffà. L’ho seguito. Camporelli produce biscotti qui dal 1852 — il tipo di data che non si esibisce tanto per fare effetto, ma perché è semplicemente quello che è. Ho trovato la bottega, sono entrato, e mi sono fermato più del previsto.
Le confezioni di latta colorate, dipinte, impilate — la piccola catena di produzione che il proprietario mostra con la naturalezza di chi fa una cosa da sempre. E poi lui: il triscotto. Tre cotture, non due. Più colore, più sapore, più persistenza. Una logica semplice e radicale insieme.
Lo si mangia così, da solo, e già vale il viaggio. Ma il suo destino ideale è un altro: spalmato di gorgonzola — quello che si scioglie quasi prima che il coltello lo tocchi. Il mio preferito è quello di Baruffaldi, a Castellazzo, paesino dal nome allegro che merita di essere cercato sulla mappa solo per questo. A proposito di mappa vi ricordo che esiste in alto a destra la mappa del buon gusto.
Alcune cose le scopri per caso, camminando. Questa è una di quelle.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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