Giovane cameriere con candela in un ristorante elegante, sguardo pensieroso

Quattro stagioni per niente

Ho visto il servizio su Rete 4. Hotel a Rimini, ragazzi entusiasti, ripresa panoramica sul lungomare, voce fuori campo che parla di riscatto e voglia di fare. Il tipo di televisione che si fa bella raccontando metà della storia — quella che non disturba nessuno. Il lavoro stagionale negli hotel di Rimini funziona così: ti vendono il sogno, omettono i dettagli. Intervistano per lo più ragazze straniere che percepiscono già un sostegno statale e che considerano il lavoro in hotel un’integrazione al reddito garantito. Non un sostituto. Un’aggiunta. Il che spiega l’entusiasmo: se il minimo te lo copre lo Stato, anche sei euro all’ora diventano una mancia accettabile.

Per tutti gli altri, la storia è diversa.

Me la racconta un ragazzo che conosco, uscito da una scuola alberghiera della Romagna. Quattro stagioni in hotel, tutte filate. Il resoconto è asciutto, senza drammi: i numeri parlano da soli.

Primo anno, quindici anni di età, stage. Cinquecentoeuro mensili per un turno serale dalle sei alle dieci e mezza, sei giorni su sette. Secondo anno, sedici anni, pranzo e cena, sette-otto ore al giorno, sempre sei giorni su sette: ottocento euro. Terzo anno, diciassette anni, stessa formula — pranzo e cena, otto-nove ore, un giorno libero — milletrecento euro. Quarto anno, diciotto anni compiuti, maggiorenne, stesso identico lavoro: millequattrocento euro. Cento euro in più dopo dodici mesi. Meno dell’aumento dell’inflazione.

Ho davanti anche alcune offerte in circolazione in questi giorni tra chi si prepara alla stagione. Hotel tre stelle: 1.600 euro, sette giorni su sette, dieci ore al giorno, vitto incluso. Hotel quattro stelle: 1.400 euro, sei giorni su sette, otto ore, TFR e ferie “tutto compreso” come se fosse un privilegio e non un diritto. A chiamata per Capodanno: sei euro all’ora, in nero.

Ora facciamo un calcolo che non richiede una laurea in economia. Un ragazzo assunto da zero in una fabbrica metalmeccanica dell’Emilia, contratto collettivo, lunedì-venerdì, ottave ore di lavoro: porta a casa circa 1.500 euro netti. Nessun sabato. Nessuna domenica. Nessuna colazione servita alle sette del mattino dopo un turno serale finito a mezzanotte.

Chi glielo fa fare, al diciannovenne uscito dall’alberghiero, di rinchiudersi in un hotel sul lungomare per l’intero fine settimana guadagnando uguale o meno di chi timbra in tuta dal lunedì al venerdì? La risposta che danno gli imprenditori riminesi, quando sono in vena di comunicazione istituzionale, è che il settore forma, che c’è la gavetta, che il turismo è un mondo, che bisogna amare il mestiere.

Io frequento Rimini da anni. Parlo con i ragazzi, con chi è uscito dalla scuola alberghiera e con chi ci sta ancora dentro. La realtà che mi raccontano è un’altra: camerieri improvvisati che riempiono le hall degli hotel senza che nessuno abbia mai investito un’ora nella loro formazione, perché formarli costerebbe tempo e denaro che non si vuole spendere su chi durerà una stagione. Manovalanza intercambiabile, non professionisti in crescita.

Il paradosso è che poi ci si stupisce della mancanza di figure capaci nel settore. Come se il problema fosse una misteriosa carenza di vocazioni. Il problema non è la vocazione. Il problema è che quando un ragazzo dimostra di valere, di aver imparato, di poter essere pagato per quello che sa fare davvero, gli si chiude la porta in faccia e si riparte con il prossimo stagista ingenuo.

Le iscrizioni alle scuole alberghiere, mi dicono, sono in crescita anche quest’anno. I ragazzi ci credono ancora. È la beffa più crudele di tutte: il sistema non li delude dopo anni. Li delude in fretta, in modo sistematico, con metodo. E intanto Rete 4 celebra la stagione che riparte, il mare che chiama, la voglia di fare.

Sei euro all’ora a Capodanno. Con il sogno di diventare maître.

di Luca Scainelli – Errante del Gusto

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