Venti titoli in due settimane
Il 9 settembre ho reso pubblico Vampiri Italiani con un articolo, un comunicato stampa e la sensazione precisa di aver fatto uno scherzo troppo elaborato a me stesso. Due settimane dopo ho perso il conto di quante volte ho ripetuto la stessa frase al telefono: «Sì, esiste davvero, no, non è una trovata pubblicitaria».
Non tengo un diario di queste cose per vanità. Le tengo perché fanno parte del metodo — lo stesso motivo per cui misuro la persistenza dell’aglio in ore invece che a sensazione. Quindi, con lo stesso rigore che uso per un panel comparativo, ecco cosa è successo.
Il primo a scrivere seriamente è stato Dissapore, il 14 settembre — cinque giorni dopo il lancio, e dopo un silenzio che avevo già dato per perso. Non un rilancio del comunicato: un pezzo vero, che ha capito da solo cosa c’era sotto l’ironia del nome. È stato il primo segnale che la storia reggeva anche fuori dal giro di chi mi conosce.
La Repubblica ha scritto il suo il 16 settembre, citando Casanova e Shakespeare accanto all’aglio nero, con un dettaglio che mi ha fatto sorridere: mi hanno chiamato “Vampiri d’Italia” invece di “Vampiri Italiani”. Ho scritto per correggerlo, con la cortesia dovuta a chi ti regala visibilità gratuita. Da lì il pezzo ha continuato a muoversi da solo: altri siti lo hanno citato esplicitamente come fonte, aggiungendo dettagli propri. Lo stesso giorno SuperEva è entrato nella top ten dei più letti del sito, raccontando il metodo per esteso — la rete dei Covi provinciali, i quattro livelli fino al Gran Vampiro, le quattordici varietà del primo panel — e il pezzo è tuttora online.
Il 22 settembre Gambero Rosso ha pubblicato un’intervista vera — non un rilancio, ma trenta minuti di domande a cui ho risposto senza copione, con foto del Covo e virgolettati che sono davvero miei. È probabilmente il pezzo che mi ha reso più orgoglioso, perché arriva da chi il mestiere dell’assaggio lo conosce meglio di chiunque altro.
Poi la Rai. Federico Mello mi ha intervistato in diretta per Radio 1 la sera del 22, in onda la mattina dopo. Devo essere onesto: ho passato trentacinque anni a fare domande, non a riceverle in diretta senza copione, e si è sentito. A un certo punto mi ha chiesto se l’aglio disinfetta, e in un momento di sintesi eccessiva ho detto sì — quando la risposta vera è più interessante e più complicata: l’allicina ha proprietà antimicrobiche studiate in laboratorio, ma da lì a un’autorizzazione sanitaria la strada è lunga, ed è esattamente la differenza su cui ho scritto un intero articolo qualche settimana fa a proposito di un’etichetta che quella strada l’ha saltata. Lo correggo qui, con calma, come si fa quando si vuole essere coerenti con se stessi più che avere sempre ragione in diretta.
Nella stessa intervista mi ha definito, testuale, “il massimo esperto di aglio italiano”. Non lo dico io. Lo riporto, perché è il tipo di frase che vale la pena raccontare esattamente per come è arrivata — da chi l’ha detta, non da chi ne avrebbe voluto essere all’altezza.
Il giorno dopo, quelle stesse parole sono rimbalzate su AdnKronos: «Circa un anno fa ho cominciato a fare esperimenti e prove, che sono scaturite poi in questo progetto», ho raccontato, «mi sono chiesto come mai non ci fosse un’associazione che riconosce l’aglio per quello che è». Da lì è partita una piccola cascata: Il Fatto Quotidiano ha ripreso tutto con un titolo che mi ha fatto ridere da solo — qualcosa sulla puzza che “resiste a tutto tranne che al mio antidoto” — e da lì altre testate ancora, arrivate al pezzo attraverso il lancio d’agenzia più che attraverso me.
Il giorno dopo ancora, Matteo Scibilia — direttore scientifico di Italia a Tavola, e una delle persone con cui più discuto di metodo per Vampiri Italiani — ha pubblicato un pezzo lungo e curato, cinque sezioni, dalla chimica dello zolfo alle centocinquanta varietà censite dall’Unione Europea. È il tipo di articolo che mi piace di più: non racconta solo l’aneddoto, prova a spiegare cosa c’è sotto.
Venti titoli in totale, contati uno a uno nel foglio dove tengo tutto — la stessa ossessione per i dati che uso per misurare quanto dura l’aglio nell’alito, applicata a quanto dura una notizia nelle redazioni italiane.
Nessuno di questi articoli cambia il lavoro vero, che resta lo stesso di sempre: una scheda di assaggio, un panel alla cieca, un bulbo alla volta. Ma fa piacere che qualcuno, fuori da qui, abbia deciso che vale la pena raccontarlo.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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