Marco Colzani — succhi di frutta, Tuttofood 2026
Ho assaggiato cinque succhi di frutta artigianali. Arancia, pera, limonata, lampone, cassis. Tutti artigianali, tutti 220ml, tutti quattro euro al pezzo. Il produttore è un ex enologo che ha deciso di spremersi le mani invece di stappare bottiglie.
Prima di cominciare mi ha chiesto di cosa mi occupassi. Quando gliel’ho spiegato ha risposto: “Ah, mi hai smontato tutto l’entusiasmo. Pensavo di poterti vendere un po’ di prodotto.” Uno normale lo avrebbe mandato a quel paese. Io ho continuato gli assaggi, perché giudico il prodotto — non le persone.
Il ragionamento sul succo di frutta è semplice: mettere la frutta in una bottiglia è forse la cosa più difficile che esista. Il frutto deve essere raccolto al massimo della sua espressione — né acerbo né passato — altrimenti stai solo imbottigliando un problema. L’artigianato non è una garanzia di qualità. È una promessa. E come tutte le promesse, va mantenuta.
Qui la promessa non è stata mantenuta. Cinque succhi, cinque colori diversi, un unico denominatore: il dolce non c’era. Non un problema di zuccheri aggiunti — il problema era la materia prima. Frutta raccolta fuori tempo, che nel bicchiere porta con sé quella neutralità piatta che non è equilibrio, è assenza.
Quattro euro per un’assenza. Voto 30.
E sull’ex enologo che parla male del mondo del vino dopo essersi messo a spremersi la frutta: lascio perdere.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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