Pepi: A Trieste, carne, simpatia e rafano
Oggi, dalla cripta polverosa del mio archivio personale, riesumo un’esperienza che ha segnato il mio palato e messo a dura prova la mia resistenza: Pepi, a Trieste. Era il 5 novembre 2015, una data che, a ripensarci, meriterebbe un monumento. I bolliti e un rafano che ancora urla nel piatto.
Trieste: un amore e… una paninoteca
Trieste, città di confine, di vento e di caffè. E, soprattutto, città dove il concetto di ‘moderazione’ a tavola è considerato un optional. In questo contesto di opulenza sileno-giuliana, spicca Pepi, un’istituzione. Un antro di perdizione carnivora dove la dieta mediterranea è vista come un’eresia.
Entrare da Pepi è come varcare la soglia di un girone dantesco dedicato ai peccati di gola. Un tripudio di aromi intensi, un’orchestra di sfrigolii invitanti, un balletto di camerieri indaffarati che brandiscono vassoi colmi di ogni ben di Dio (e di grasso) quello buono che si scioglie solo a guardarlo
Il Piatto della Discordia (e del Piacere)
Il protagonista indiscusso è lui: il panino con la carne cotta. Un’opera d’arte (o di ingegneria, a seconda dei punti di vista) composta da strati generosi di porchetta, prosciutto cotto, arrosto di vitello e chi più ne ha, più ne metta. Il tutto, ovviamente, irrorato da salseHome Made il cui nome è meglio non indagare, per non turbare la coscienza.
La carne è tenera, succulenta, saporita. Un’esplosione di gusto che ti fa dimenticare, per un attimo, le gioie della vita sana e i consigli del nutrizionista. Ogni morso è un piccolo attentato alla linea, ma un grande passo avanti verso la felicità (effimera, ma intensa).
Simpatia e Folklore (quanto basta)
L’atmosfera da Pepi è quella tipica delle osterie di una volta. Tavoli in legno, panche scricchiolanti, brusio di voci e un via vai continuo di persone. Il personale è simpatico, alla mano, e non si fa certo pregare per dispensare consigli (e dosi extra di salsa).
Unica nota stonata: l’attesa. Pepi è sempre affollato, e armatevi di pazienza se volete accaparrarvi un tavolo. Ma, fidatevi, ne vale la pena. Anche se, una volta seduti, vi sentirete un po’ come dei gladiatori pronti a combattere nell’arena del gusto.
Voto finale? 50. Perché Pepi non è un ristorante, è un’esperienza. Un viaggio nel cuore della tradizione triestina, un inno alla convivialità e, soprattutto, un monumento alla carne. Un’esperienza da provare almeno una volta nella vita. Qui i vegerariani potrebbero cambiare sponda.
di Luca Scainelli – Errante del Gusto
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